Ieri sera, la mia amica Marilena mi ha mandato un messaggio dicendomi:
“Ingrid è libera, sono molto felice!”.
Mi trovavo al Centro Servizi Culturali e seguivo con piacere e interesse la presentazione dell’ultimo libro di Michela Murgia. Mi distraggo un istante nel sentire la vibrazione del telefonino, poi leggo nuovamente il messaggio: “Ingrid è libera!”
Si, è tutto vero!
Oltre sei anni di vita trascorsi nella giungla, dove il tempo sembra non esistere più.
E lo spazio? Lo spazio diventa infinito o viene ridotto al niente, secondo le sensazioni del momento, gli impercettibili cambiamenti di uno stato d’animo che è diventato perenne, una seconda pelle, un abito tessuto sulle trame della malinconia, della rassegnazione, del rifiuto di una vita che vedi persa, non più modificabile, cristallizzata, in una boscaglia che ti strangola, leva il respiro, annulla la lucidità.
Tu, Ingrid, per non perderla, ti aggrappavi ai ricordi, alle date dei compleanni dei figli, sfogliavi il tuo calendario mentale che probabilmente non coincideva con quello reale.
Ricordo la lettera che spedisti a tua madre, la rassegnazione e insieme l’angoscia di quelle parole, ma anche l’equilibrio di un cuore e una mente che non cedono.
Non c’erano né astio né condanna nelle tue parole, ma ognuna di esse era intrisa di profonda tristezza.
E quel tuo sguardo che ha percorso il mondo, che è penetrato negli occhi sensibili di chi per anni ha seguito la tua vicenda, accostando le tue serene immagini del “prima” a quella, sempre la stessa, del “dopo”.
La tua semplice tunica è diventata un simbolo, la metafora della tua sofferenza, ma anche della tua forza.
Ora non sappiamo quali siano realmente le tue condizioni di salute e aspettiamo.
La preoccupazione è grande, ma il pensiero che la prigionia sia finita lascia spazio alla speranza.
Certo, incomincia un nuovo periodo e sarà difficile perché sei stata derubata di tutto.
Poche cose hai potuto conservare, tenendole strette fin quasi a morirne: la dignità e il coraggio delle tue idee.