Sei appena partito
e il silenzio è diventato
signore della casa.
Non più valigie aperte,
solo un po' di disordine
qua e là.
Il sole illumina la stanza
ma c'è penombra,
il peso di un'improvvisa solitudine.
Anche Argo vaga
cerca annusa indaga.
Si siede vicino, ci guardiamo,
lecca la mia mano.
Lo consolo con una carezza
ma non basta,
vuole un altro calore, un diverso odore.
Piera Maria Chessa
"Un ordinato groviglio" - il Filo - 2008
Abbandonano i rami
le foglie secche del mio giardino.
Cadono leggere scricchiolando
sulla terra bagnata,
coprendo l'erba lucente di rugiada.
Le siepi brillano,
appena scosse dal muso tenero
del cane,
dal volo basso di un merlo
che riposa.
Gli anni si allontanano lenti
dalle nostre vite,
e giacciono a terra privi di linfa
già distanti da noi,
ad uno ad uno.
Piera Maria Chessa - "Un ordinato groviglio" - Il Filo - 2008
Dedico questo breve scritto alla mia cara amica Eleonora, che a lungo, oggi, ha parlato con me del "silenzio".
Silenzio. Quante cose ci legano a una parola in fondo breve.
Emozioni, stati d'animo, momenti o anche istanti della nostra vita.
A qualcuno, forse, questo termine fa paura perchè può sembrare un sinonimo di "solitudine", può suscitare sgomento talvolta, o apprensione, ma per fortuna non sempre è così.
Al contrario, il silenzio può unire perchè permette di interagire più delle parole, più dei suoni.
In silenzio, un amico ed io possiamo stare di fronte ad uno spettacolo della natura, ad un paesaggio, al sole che nasce o che muore, ad un cielo coperto da innumerevoli stelle, o ad un mare trasparente che rasserena nell'istante stesso in cui lo ammiriamo e lasciamo spazio allo stupore.
Quante parole non dette in quegli istanti magici ma condivisi tramite un gesto o uno sguardo!
E davanti al dolore, quanto silenzio carico di emozioni tenute a freno con fatica, quando la parola è inopportuna, incapace di adempiere al suo compito, quello di consolare!
Io amo il silenzio quando è il tramite ideale per ascoltarmi, per mettere ordine, per ritrovarmi.
Quante volte è ricco di significati nascosti ad un "ascolto" superficiale, in attesa di essere decifrato come un geroglifico antico; un silenzio che può nascondere l'angoscia, una richiesta di aiuto o semplicemente una difficoltà nel comunicare.
Allora davvero la parola riacquista tutta la sua nobiltà e diventa il ponte che unisce le due sponde di uno stesso fiume.
Ma il bisogno di silenzio, intorno a noi, diventa indispensabile quando le voci si sovrappongono con prepotenza per avere l'ultima parola e sentirsi dei vincitori, o quando imperano i monologhi, lunghi e vuoti, così lontani dal dialogo, così improduttivi e inutili.
Troppo rumore intorno,
esigenza di lunghe pause
senza parole suoni o guaiti,
necessarie per ascoltare
e poi comprendere.
Fuori, la confusione della vita
che sfugge beffarda
alla stretta troppo larga
delle mie mani fragili,
incerte nella presa.
Scelta del silenzio,
dentro il quale ritrovarmi e scoprire
una ragione plausibile del nostro vivere.
Piera Maria Chessa
da "Un ordinato groviglio", Il Filo, 2008

Oggi, giorno di interviste.
Prima, un articolo apparso ieri su la Repubblica nel quale viene intervistata Dacia Maraini, interessantissime le sue argomentazioni su un fatto gravissimo, ora, un' intervista al generoso e attivissimo medico Gino Strada che, nonostante il suo cuore "un po' bizzarro", continua, con un impegno certamente fuori dal comune, ad occuparsi della salute di tanti che non hanno volto,in Afghanistan e non solo
.Ecco l'articolo apparso oggi su la Repubblica con la firma di Anais Ginori.
Dalla "folle idea" di voler costruire un centro di cardio-chirurgia in Africa che fosse uguale a quelli che ci sono in Europa o negli Stati Uniti, Gino Strada è uscito forse stanco, sicuramente soddisfatto. A sentirlo parlare del Centro Salam di Khartoum, che in un anno ha già operato con successo quasi 500 pazienti, si capisce che dietro a uno dei volti simbolo dell'impegno umanitario e del pacifismo italiano c'è ancora e soprattutto un medico che crede "nella medicina basata sui diritti umani".
L'Africa senza medici. Come arrestare questo esodo?
"La medicina è una cosa molto bella e affascinante se può essere esercitata con qualità. Lo è molto meno se non si hanno mezzi per la cura e la prevenzione. Sono convinto che se ci fossero centri di eccellenza dove praticare, non ci sarebbero così tanti medici che scappano dall'Africa".
Un ospedale all'avanguardia non è un controsenso dove manca tutto?
"E' stata la nostra scommessa. Dimostrare che non ci sono pazienti di serie A e B. Che è possibile realizzare il meglio della medicina anche in Africa".
Ma la scarsità di fondi rimane un ostacolo.
Anche nell'ottica della raccolta fondi sono convinto che l'eccellenza sia la chiave. L'anno scorso Emergency ha avuto un aumento del 24% dei donatori con il 5 per mille. A noi ovviamente i soldi, anche le più piccole somme, servono moltissimo. Costruiamo ospedali che curano pazienti tutti i giorni, non facciamo interventi mordi e fuggi".
Come valorizzare i medici locali?
"Intanto, bisogna crederci e volerlo. In tutte le nostre strutture l'obiettivo è lasciare prima o poi la gestione al personale locale. In molti centri di Emergency è già così. A Khartoum, partirà un corso quadriennale in cardiologia e altre specializzazioni. Ho fiducia che tra 10 anni troveremo in sala operatoria soltanto colleghi africani".
Anais Ginori - la Repubblica - 16 maggio 2008

Antonio Fraschilla - La Repubblica - 15 maggio 2008

E ti guardo
seduto davanti al camino
in quella poltrona
che fu di tua madre,
il calore del fuoco
rilassa i tuoi occhi
che si aprono al sonno
e si chiudono piano.
Eri giovane ancora
e prendevi alla vita
i momenti felici,
poi improvviso il dolore,
la tua forza che cede
e l'angoscia che viene
a rubare
la gran voglia di fare.
Oggi tu, piano piano,
provi a mettere insieme
tutto ciò che rimane
per poter confortare
una vita incrinata.