I Mulini a vento

CHI SONO

Utente: accipicchia
Nome: Piera Maria Chessa
Credo di essere una persona sincera. Non riesco a giustificare in nessun modo tre cose:le imposizioni(di ogni genere), l'ambiguità, la presunzione.


Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ex L.62 7/3/2001. Testi e foto sono ad esclusivo uso didattico e senza fini di lucro.

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venerdì, 20 novembre 2009

Una storia difficile

Sul blog di Eleonora Bernardi, www.shiva-ditutto.blogspot.com/, ho letto una "storia difficile", mi sembra giusto contribuire a farla conoscere. Eccola.

Daniele, storia di un bambino che spera   di Cinzia Lacalamita

 

Daniele è un bambino che ha poco più di due anni ed è affetto da una malattia rarissima:una particolare forma di mutazione- unico caso al mondo- causato dalla distrofia muscolare di Duchenne.I muscoli dei bambini affetti da questa patologia sono attaccati progressivamente: si cammina sempre con maggiore difficoltà, prima o poi si finisce sulla sedia a rotelle, finchè, ad uno ad uno vengono colpiti gli organi vitali, l'apparato respiratorio, il cuore.
Daniele non lo sa e si muove come ogni altro piccolo della sua età, solo se lo guardi attentamente noti che un'andatura strana, simile a un passo di danza, in realtà fa forza sui talloni per stare in equilibrio.
Papà Fabio e mamma Eliana Amanti sono impegnati in una lotta contro il tempo, uno qualunque dei prossimi giorni Daniele potrebbe precipitare nel tunnel della distrofia e l'unico modo per trovare una cura é un progetto di ricerca finalizzato-anche- alla sua malattia. Per "costruire" il progetto occorrono 250mila euro.
Cinzia Lacalamita incontra Daniele su Internet, é scrittrice e madre (ha perso la sua piccola Daria), decide di aiutarlo e scrive un libro, trova l'editore e pubblica "Daniele, storia di un bambino che spera" (Aliberti, 11,90 euro).
I diritti d'autore- come altri contributi- vanno al Parent projet onlus, direttamente sul conto perchè Fabio, Eliana e Cinzia vogliono che nulla passi per le loro mani.

Dobbiamo aiutare Daniele e i suoi genitori in questa lotta contro il tempo, dobbiamo farlo perchè il nostro impegno sul web abbia un significato, perchè le nostre parole di solidarietà e condivisione, e persino il nostro dolore, abbiano un significato!

Per contribuire:
Posta:Fondo Daniele Amanti c/c postale 94255007
Bonifico: Banca di Credito Cooperativo di Roma,iban IT38V08327032I9000000005775
(intestato a Parent Projet Onlus. Causale:Fondo Daniele Amanti)


Grazie.

 

postato da: accipicchia alle ore 08:56 | link | commenti (4)
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mercoledì, 18 novembre 2009

Savina Dolores Massa


foto tratta da www.flickr.com/photos/hanifeana/

Un brano tratto da un libro che a me è piaciuto molto, il titolo è Undici, la scrittrice si chiama Savina Dolores Massa, sia il romanzo che la scrittrice sono conosciuti da parecchi lettori, e giustamente, perché meritano.

Il libro racconta le storie di undici giovani migranti partiti dal loro paese con un grande sogno, un sogno che finisce purtroppo in modo drammatico.

 

Undici storie, undici vite raccontate con passione ma anche con equilibrio e talvolta con ironia.

Il brano che segue è tratto dal primo capitolo, dedicato appunto a Baba.

Baba

Tu vuoi che io racconti, ora che non ho più nulla in corpo da vomitare e la bocca
è
una caverna dove le parole camminano al buio;
cerchi di convincermi che mi sentirò più leggero nel partire, se parlerò della mia vita, alla mia fine. Cosa vuoi che dica, che già non sai: sei cresciuto, come altri qui, nella mia stessa strada, Sayoro. Ogni cosa importante di me ha lasciato la barca, ormai. Tu insisti, ma non è voce, la tua
suono
basso, che copre il vento che non ci ha mai lasciato soli. Quasi mai. Tu hai il dono di sapere ascoltare, ma la nostra brutta leggenda, Sayoro, non la canterai a nessuno e non ti importa;
non importa neanche a me.
Parlerò, per te e per gli altri e per le orecchie dell'aliseo e per la memoria che possiede l'oceano che tanto amo, nonostante ciò che è successo. Rido a dire queste cose e ne ridi anche tu, appena, di naso.
Gli altri respirano svegli, zitti. Non vi vedo, siete più neri del buio di adesso, né mi vedo io, neppure le mani, meglio così: tremano come foglie di palma. Le palme! Che cosa vuoi farci fare, Sayoro? Obbligarci a ricordare anche le foglie delle palme quando schioccavano come frustate al vento e noi bambini non riuscivamo ad addormentarci sapendo
certo che lo sapevamo
che quei rumori erano i ricordi che non muoiono mai, mai, dei nostri antenati flagellati.
La paura.
Non mi ha mai lasciato.
Ero piccolo
quando immaginavo una fune con il cappio, appesa
a sbattere al tronco del baobab che c'è al primo incrocio della mia strada. Una fune, una paura,  che ha sempre dondolato sulla mia testa; e mi sentivo ridicolo, e mi dicevo, Sei un uomo libero, Baba. La schiavitù è solo una vecchia orrenda storia.
Non mi ero sbagliato. Non è strano? Non è veramente ridicolo? Muoio per una fune, in fondo.
Che pena,essermi fatto venire in mente il viale e quell'albero, già tanto vecchio quando ero piccolo. Brutta bestia, la pena: essere sicuro che la pianta continuerà a vedere la strada quando a me non capiterà più.
La nostra vita se ne sta andando e tu pretendi, in qualche maniera, pretendi, Racconta;
ma a noi ci puzzano le bocche e non ci brillano più i denti. Faranno schifo anche le parole, ma tu
le vuoi, e l'hai chiesto anche agli altri. Lo chiedi da zitto, adesso l'ho capito.


Non sono arrabbiato come dovrei essere. Ho perso tutto, come te, e gli altri. Domani posso essere morto. Forse stanotte. Forse siamo già morti tutti a Natale, quando siamo saliti su questa barca che aveva un grande difetto e non ce ne siamo accorti subito: era maledettamente bianca.


Sì, la rabbia che è esistita se n'è andata quasi tutta e io adesso mi sento ridicolo a parlare, mentre sto morendo così. Ridicolo!
Non mi sono sentito gridare. Immaginate che l'ho fatto.


Io con la morte ho già confidenza, per il piede zoppo che mi ritrovo.
Io.
Non so quasi dirlo, “Io”. E' come se mi fossi già sfaldato e l'io  che ero mi volasse sopra il corpo che ora è qui, senza forze in mezzo a voi, mie copie. Estraneo a me stesso osservo tutto accadere.
Posso parlare di un certo Baba che ho conosciuto; va bene, così, Sayoro? Parlerò fingendo d'essere io. Oppure posso fingere d'essere un altro; magari uno che non ha né fame né sete. Non mi fa male nulla, del corpo, sai? Sento solo delle piccole morsicature al piede.
Lo so che è impossibile che siano vere.


Non riesco a non essere Baba: mi dispiace per Baba.
Sono nato zoppo destro, con il piede che non ha mai avuto cuore e polmoni, e non si è goduto quello che faceva il sinistro. Tutta la vita è stato geloso dell'altro, ma adesso, sono sicuro, se la gode: lui almeno, già morto, non teme becchini. Yaay mi raccontava che quando ero ancora nella sua pancia e mi muovevo, con il piede sinistro la riempivo di colpi e con l'altro l'accarezzavo. Quando sono nato, il piede destro è stata l'ultima parte del mio corpo a lasciarla. Yaay me lo diceva sempre e sempre, mi annoiava con questa cantilena, era un'ossessione,
e ripeteva anche che aveva pianto molto di nostalgia per le carezze che perdeva. Le amiche e le sorelle a consolarla per aver partorito un figlio storpio e lei a gridare solo, Ora, sono davvero sola.
Non me ne fregava un bel niente di sentire la stessa tiritera ogni giorno, sulla mia nascita. Sono nato come nascono gli altri, guai a me, non potevo dirlo: ci restava male,
ma non abbastanza. Il giorno dopo mi raccontava ancora la storia, aspettandosi curiosità sulla mia faccia. Da strozzarla! Non provavo neppure ad allontanarmi. Tanto, se anche mi fossi spostato, mi sarebbe venuta dietro. Parlando. Ascoltavo e sentivo che mi venivano giù le spalle.
Si stancavano anche loro ad ascoltarla.


Povera Yaay.
[...]

Savina Dolores Massa, Undici (Il Maestrale, 2008)

 

 visita il blog Ana la Balena



postato da: accipicchia alle ore 11:36 | link | commenti (9)
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sabato, 14 novembre 2009

Monterosso



 

 

liguriain.wordpress.com


 

Salivo insieme a te

la lunga scala

che conduceva in alto,

a Monterosso.
 

Il muro, sul quale mi appoggiavo

tenendo la tua mano,

si affacciava sul mare trasparente

e i versi del poeta

tornavano alla mente

malinconici o disperati,

carichi di umanità.
 

Eugenio lì, a narrare,

a ricordare la tragedia vissuta,

i segni profondi

lasciati negli animi,

le ferite mai chiuse.
 

Con noi, a parlare di poesia,

di muri a secco e cocci di bottiglia,

di Clizia e di Drusilla.
 

A raccontare

di bufere e altro.


 

P.M.C.


postato da: accipicchia alle ore 15:20 | link | commenti (14)
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martedì, 10 novembre 2009

Francesca Moro


foto tratta da
www.muralesinsardegna.net

Tre liriche di una poetessa che ho conosciuto da poco tempo ma che considero amica da tanto; mi ha colpito la sua sensibilità, quella che lei chiama “durezza” e che in realtà è solo profonda conoscenza del dolore, il suo scavare dentro di sé e poi dentro la parola.

Non aggiungo altro, i suoi testi ci racconteranno di lei.

 
forse anche tu ripensi...

 
ai vecchi
seduti all'uscio in sere d'estate

 
non c'erano parole solo
lunghi silenzi condivisi

 
noi si giocava a nascondino
qualcuno all'ombra d' ampie sottane
piegate sul sedile di pietra o sullo scranno
nella postura immobile da statue
a tratti – solo gli occhi a seguirci

 
smarriti poi in altri percorsi

 
ora per noi – niente più usci solidali
ma fibre ottiche
per flussi che corrono veloci
in vie di terminali
monitor sempre accesi

 
e noi piccole stelle ancorate a terra
mani sulle tastiere ri-versiamo
dolori saluti risa e canti

 
presenze

 
coru meu – come sto male oggi
la mia casetta è vuota
                                                       aspetto

 
è tempo che le assenze fanno male
i vivi                         imbozzolati nel dolore
                                              (stanno a parte)

 
vengono i morti
                              a farmi compagnia

 
****

 
Ispirazione

 
C'erano cose più importanti

 
quando ti sei affacciata alla mia soglia
e ti ho lasciata andare col pensiero
tanto è qui
farò accoglienza dopo

 
sterili cose senza senso adesso
che vorrei fermarti

 
un cervello colabrodo
non ri-crea lo splendore
conserva solamente
i bagliori d'un attimo sospeso

 
impiccato alla banalità del quotidiano

 
****

 
Ho calzato stivali di vento...

 
al sussurro suadente
ho denudato i piedi

 
sono piombo al volo gli anfibi
a trascinare passi troppo stanchi

 
così ho superato la muraglia
                                         per vedere
non è con gli occhi che immersa nel vortice
                                                                ho guardato
eri splendente di bellezza
che solo il dolore è in grado di forgiare

 
abile fabbro scolpisce tatto nell'anima

 
non so come
ma ti ho ri-conosciuta

 
(Questi pensieri sono dedicati a una fanciulla dolce
che ha radici profonde nel mio cuore.)

 
Francesca Moro

 visita il blog: mariga de sos pensamentus

postato da: accipicchia alle ore 13:37 | link | commenti (14)
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sabato, 07 novembre 2009

Aforismi

 


 

(Foto tratta dal web)


 

Il bello della democrazia è proprio questo: tutti possono parlare, ma non occorre ascoltare.


 

La democrazia è fragile, e a piantarci sopra troppe bandiere si sgretola.


 

Cara Italia, perché giusto o sbagliato che sia questo è il mio paese con le sue grandi qualità ed i suoi grandi difetti.


 

 

Enzo Biagi


 

Pianaccio, 9 agosto 1920 - Milano 6 novembre 2007


postato da: accipicchia alle ore 15:32 | link | commenti (3)
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lunedì, 02 novembre 2009

 Alda


Ti immagino qui, accanto a me,

la sigaretta tra le labbra,

lo sguardo diretto di chi non ha timore

perché sa bene che cos'è il dolore.


 Mi guardi, non sai che ti conosco,

che tante volte ho letto i tuoi pensieri

e a lungo ho riflettuto sulla vita

di chi conosce bene il pozzo fondo.


 Ti vedo camminare lentamente

tra i tanti fogli bianchi che hai riempito,

tra mozziconi brevi a terra andati,

gettati lì dalla tua noncuranza.


 Tu non ami parlare del passato,

di tutto ciò che a lungo ti ha ferito;

in fondo a niente serve raccontare

a chi non conosce affatto quel dolore

profondo e insopportabile del cuore

e della mente, e cerca di capire.


 Io ti saluto, Alda, e ti compiango,

difficile scordare il tuo sorriso

a volte dolce a volte un po' beffardo,

le tue movenze morbide e un po' lente,

il tuo indagare intelligente
 
il mondo.

P.M.C.


 


 


 


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venerdì, 30 ottobre 2009

La pagoda

(Ripensando al film  "Primavera..."  di Kim Ki Duk)

Si apre con uno scricchiolio
la grande porta scolpita
lasciando dietro di sè
un mondo affaticato.

E subito appare la sfumata pagoda,
dimora dello spirito,
dell'interiorità.

Le acque brillano limpide
intorno
oppure offuscate
dalla nebbia autunnale,
ed il monaco,
scrutando nelle profondità del lago,
cerca in sè
il perché delle stagioni,
l'essenza del  vivere.

E mentre l'uomo sbaglia, prega ed espia
le colpe di una vita,
il dio ne attende paziente la rinascita
col sorriso impresso
sul suo volto di pietra.

P.M.C.

postato da: accipicchia alle ore 22:13 | link | commenti (10)
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sabato, 24 ottobre 2009

Promesse non mantenute

Due giorni fa, sul blog di Milvia Comastri “rossiorizzonti", è stato pubblicato un post, il titolo è L'Aquila tradita, in cui si denuncia la “reale” tragica situazione nella quale si trovano i tanti, troppi abruzzesi che, dopo aver conosciuto e vissuto i terribili giorni del sisma, si trovano ora a dover affrontare, ancora una volta da soli, il freddo dell'inverno che arriva, tra mille difficoltà e l'indifferenza di chi potrebbe fare e sta a guardare, nascondendo verità e menzogne.

Un 'ulteriore offesa gratuita nei confronti di una popolazione che cerca con coraggio di ricostruire se stessa.

Guardo la fotografia, l'azzurro delle tende, che dovrebbe far volgere lo sguardo verso il cielo, verso la speranza, invece guardo in basso, vedo il fango intorno alle tende, i giochi abbandonati.

E i bambini? Dove sono i bambini? Non giocano più? Un istante di vita quotidiana fatto di “cose”, non di persone. Le persone stanno al freddo, non parlano, non hanno voglia di parlare, di raccontare, perché lo hanno fatto sin troppe volte, sempre inutilmente.

Sono stanche anche di sentir parlare, sono stanche di parole pronunciate con tanta superficialità, che hanno indotto alla speranza, puntualmente delusa. Dove sono le case promesse con parole pronunciate a voce “troppo” alta? Che cosa è rimasto di quelle promesse, a parte l'inutile, inaffidabile rumore?

****

Riporto dal blog di Milvia parte del suo post: una lettera di Doriana Goracci e poi quella di un gruppo di abruzzesi coraggiosi.

Possiamo solo riflettere e sentire il disagio che cresce nel pensare al tepore delle nostre case.


Ma che freddo fa in Abruzzo? E’ Umanitaria Emergenza
Vi prego di diffondere, come sto facendo io che ho ricevuto il messaggio…solo la Rete può dare una mano e far conoscere questa realtà. Commenti e notizie potete trovarli ai  link che trascrivo, oltre il riferimento attivo e un video eloquente da Abruzzolive.tv : Gelo nelle tendopoli, in 6mila ancora al freddo.
Il freddo è arrivato davvero, non è bastato cantare in solidarietà come a San Siro il 21 giugno 2009.
Cantiamola noi, per loro, amiche ed amici d’ Abruzzo.

Doriana Goracci

Per donazioni e contatti:

emergenzaottobre2009@gmail.com

339.19 32 618 – 347. 03 43 505

http://miskappa.blogspot.com/

http://www.3e32.com/main/?p=1906

http://abruzzo.indymedia.org/


OTTOBRE 2009: ALL’AQUILA E’ EMERGENZA UMANITARIA

Facciamo appello a tutti coloro che in Italia hanno dimostrato sensibilità a quanto qui è successo e continua ad accadere.
A chi ha mantenuto alta l’attenzione sul dramma che ha colpito il nostro territorio e sulla gestione del post sisma.
Oggi, il 18 di ottobre, all’Aquila fa freddo. Siamo nella fase più drammatica, la notte già si sfiorano i -5°C ed andiamo incontro all’inverno, un inverno che sappiamo essere spietato.
Le soluzioni abitative, promesse per l’inizio dell’autunno, non ci sono. Circa 6000 persone sono ancora nelle tende.Meno di 2000 persone sono finora entrate negli alloggi del piano C.A.S.E o nei M.A.P.La maggior parte degli Aquilani sono sfollati altrove in attesa da mesi di rientrare.
Ora, con lo smantellamento delle tendopoli altre migliaia di persone sono state allontanate dalla città e mandate spesso in posti lontani e difficilmente raggiungibili.Noi, definiti “irriducibili”, siamo in realtà persone che (come tutti gli altri) lavorano in città, i nostri figli frequentano le scuole all’Aquila, molti non sono muniti di un mezzo di trasporto, altri possiedono terreni od animali a cui provvedere. Siamo persone che qui vogliono restare anche per partecipare alla ricostruzione della nostra città.Da oltre sei mesi viviamo in tenda, sopportando grandi sacrifici, ma con questo freddo rischiamo di non poter più sopravvivere.Se non accettiamo le destinazioni a cui siamo stati condannati (che sempre più spesso sono lontanissime) minacciano di toglierci acqua, luce, servizi.Oggi, più di ieri, abbiamo bisogno della vostra solidarietà.Gli enti locali e la Protezione Civile ci hanno abbandonati. Secondo le ultime notizie che ci giungono i moduli abitativi removibili che stiamo richiedendo a gran voce da maggio, forse (ma forse) arriveranno tra 45 giorni.Oggi invece abbiamo bisogno di roulotte, camper o container abitabili e stufe per poter assicurare una minima sopravvivenza. Visto che le nostre richieste alla Protezione Civile e al Comune non sono prese in minima considerazione chiediamo a tutti i cittadini italiani un ulteriore sforzo di solidarietà.E abbiamo anche bisogno di non sentirci soli.Per questo vi chiediamo di organizzare dei presidi nelle piazze delle città italiane per SABATO 24 OTTOBRE portando nel cuore delle vostre città delle tende per esprimere concretamente solidarietà a noi 6000 persone che viviamo ancora nelle tende ad oltre sei mesi dal sisma.Un altra emergenza è cominciata oggi. Non dettata da catastrofi naturali ma dalla stessa gestione del post sisma, da chi questa gestione l’ha portata avanti sulla testa e sulla pelle delle popolazioni colpite.

Alcuni abitanti delle tendopoli sotto zero.


VIDEO E LINK SU

http://www.reset-italia.net/2009/10/20/ma-che-freddo-fa-in-abruzzo-e-umanitaria-emergenza/

http://www.c6.tv/archivio?task=view&id=6404

(dal blog: rossiorizzonti)


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lunedì, 19 ottobre 2009

 Jolanda Catalano


Ho conosciuto Jolanda attraverso questo strumento meraviglioso sul quale scrivo. Non sapevo niente di lei, grazie ai commenti che ogni tanto trovavo sui blog ho imparato ad apprezzarla.

E' nata così la nostra amicizia, non ci siamo mai incontrate ma è come se avessimo trascorso ore a raccontarci.

E in effetti, col trascorrere del tempo, ore insieme ne abbiamo trascorso molte ma...al telefono!

Per l'amicizia che ora ci lega, per la stima e la passione per la scrittura che condividiamo, voglio riportare tre sue splendide poesie tratte dalla raccolta inedita Mia signora della parola”, 2002 – 2009.

 

*

Ci fu, vi dico.

Ci fu il tempo della gioia

dell’andare scalzi per torrenti

e risa e alberi

e arance tra le mani ancora acerbe,

graffi di rovi e volti d’attesa

nel procedere lento di giorni ormai lontani.

Ci fu, vi dico

quel vociare allegro

che ancora rimbomba per le valli.

E poi la quiete di pane diviso,

un pane nero a fette ben condito.

Ci fu,vi dico

l’orma sicura

per seguire il passo

e ancora l’orto geme

per l’arsura

essenza di fede ferma nella vita

radici di quercia sulla terra bruna.

Ah se potessi, se potessi dire

della tenacia sui pampini arrossati,

delle armacere intrise del suo viso

e le sue mani colme di lumache.

Gesti che riaffiorano smarriti

e l’orto ha perso ormai tutte le foglie,

i colori e il taglio dei capelli

la tenerezza celata tra i cespugli.

Ci fu, vi dico,

tutto, non mancò mai niente

nei suoi sorrisi morbidi d’amore,

un peluche moderno con i calli

un custode del tempo in fondo al cuore.


Dalla sezione Radici d'amore



***



Nell’orto

rami intrecciati

nell’abbraccio di aria e di vento.

Tra il pesco e la vite ormai secca

il tuo volto riaffiora e mi segue.

Nulla tra l’erba e la terra

più nulla col sole

germoglia.

Anche il mandorlo

si volge e si duole

nell’abbozzo

dell’unica gemma.

E tu sapevi

questa morte del regno

che nessuno avrebbe più coltivato.

Tu sapevi l’incuria dei vivi

verso l’eden che avevi creato.

Adesso l’erba

si confonde coi rami

in un’unica e vana attesa.

E tu, padre,

perdona questa morte del cuore,

questo vuoto

che pende e si brucia.

E nulla,

nulla tra l’erba e la terra,

più nulla col sole

germoglia.


Dalla sezione Radici d'amore



***


 

E giunge anche l’ora del silenzio,

dell’ascoltarti intero cuore mio

mentre altre voci si spengono e la notte

magicamente assorbe il mio sentire.

Assordanti i giorni del dolore

scorrevano su pietre arroventate,

stridevano colpivano uccidevano

i miei pensieri mezzo addormentati.

Difficile, difficile ascoltare

in quei momenti bui dell’inganno

persino il rantolo sopito sul cuscino,

contaminato da voci poco umane.

Era l’ora amara in cui la vita,

perdendosi, moriva anche a se stessa

tra strappi violenti e le giunture

attorcigliate e inerti giù per terra.

E in quel silenzio-morte sulle attese

si frantumavano i giorni al divenire.

Altro silenzio oggi mi pervade

e so che posso udirmi fra le assenze,

percepirmi nell’integrità del cuore,

assolvermi di tutti i miei peccati.


 

Dalla sezione A misura del tempo"


Dalla raccolta inedita
" Mia signora della parola" - 2002-2009



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giovedì, 15 ottobre 2009

Quando è sera

Quando è sera e il silenzio prevale
sul disordine quotidiano della vita,
io, come un riccio, mi chiudo
e raccolgo i pensieri
che poi sfoglio lentamente ad uno ad uno.

Mi chiamano per nome, mi prendono per mano,
mi chiedono il perché del nostro esistere.

Ed io, che dico?

Non è facile il dialogo con loro,
compagni assidui del mio vivere,
perchè incalzano e spingono a frugare
tra le pieghe dell'animo
o i battiti scomposti del cuore.

Pensieri che vorrei allontanare
talvolta annullare,
presenti sempre,
scomodi burattinai della mia mente.

P.M.C.
 


postato da: accipicchia alle ore 09:49 | link | commenti (14)
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